Testimonianze sui Tarocchi

Tutto quello che so dei tarocchi lo so grazie a mia madre. Per questo un po’ mi stranisce raccontare come li considero e li vivo: le idee che mi sono fatto sull’argomento sono la conseguenza dei suoi insegnamenti e del suo approccio. Ho iniziato a fare le carte solo da pochi anni e quindi la mia esperienza di cartomante è molto limitata, ma porto quasi sempre il mazzo con me e mi sono cimentato in consulti in tre lingue diverse. Le ho spesso usate come strumento di conoscenza, soprattutto con persone appena conosciute e mi hanno permesso quasi sempre di stabilire un dialogo e una confidenza molto immediata. È difficile che lascino totalmente indifferenti, non solleticando nemmeno la curiosità.

Tiro fuori i tarocchi, li mescolo e presento la cosa come un gioco. Poi spiego sia la posizione delle carte nel gioco, sia il significato delle singole lame, rispetto alla domanda, cercando di confrontarle e richiamare all’iconografia – colori, elementi, simboli sono aspetti che mi hanno colpito e che mi sembrano più facili da ricordare. L’aspetto divertente per me è proprio il gioco, lo scioglimento del rebus, l’applicazione della domanda alla catena di simboli e dei significati possibili, in una narrazione coerente. Mi piace scrivere e raccontare storie: per me fare le carte è anche raccontare una piccola storia di cui non so niente. Anzi, meno ne so, meglio è.

Il feedback del consultante è quasi sempre l’inizio di un dialogo molto intimo, di una confidenza speciale; in pochi minuti ti permette una fantastica immersione nella mente e nella vita di una persona. Anche per questo non sono mai riuscito a farmi pagare per i miei consulti: è un sistema così particolare, prezioso per conoscere e simpatizzare con chiunque, che i soldi c’entrano poco. Ho anche notato come, a volte, la mia memoria selettiva tenda a dimenticare i consulti più delicati, quasi per una sorta di pudore. D’altra parte, i preti prendevano nota delle confessioni eccellenti e gli psicologi fatturano cari i loro ascolti, io preferisco considerare i tarocchi come un gioco.

Quando ero più giovane e manicheo, mi stupivano i tarocchi, moltissimo. Dell’astrologia avevo più rispetto, pur nel mio scetticismo, perché essendo molto più complicata e basata su pianeti visibili, aveva ai miei occhi un grado di plausibilità un po’ maggiore. Ma i tarocchi? Si può pensare di predire il futuro con delle carte fatte e rifatte migliaia di volte? Non mi ha mai convinto. Eppure negli anni avevo visto decine, forse centinaia, di persone entusiaste che erano venute e tornate a consultare mia madre. Me lo spiegavo essenzialmente grazie alle sue qualità, al suo intuito, alla parlantina instancabile e, soprattutto, al modo genuino che ha lei di approcciarsi alla cosa, senza alcuna concessione alla scena o al mistero.

Quando poi ho iniziato a farli anch’io i tarocchi, solo quattro anni fa, ho potuto completare meglio l’idea che mi ero fatto dei vantaggi del consultante. Un consulto ti costringe a riflettere su una situazione che ti sta a cuore, uscendo dal circolo vizioso dei tuoi pensieri per confrontarti con un punto di vista diverso e sconosciuto. Cercando di capire come adattare la tua domanda al sistema casuale di simboli che è saltato fuori, valuti aspetti prima ignorati, consideri nuove opzioni, affronti una volta ancora la questione che ti è cara con degli strumenti in più, forte di un quadro più ampio e del dialogo con una persona terza, per quanto empatica – un po’ di empatia è forse l’unico prerequisito per chi vuole imparare a leggere i tarocchi.

L’altro aspetto cruciale del consulto è la carta del consiglio. Come ho sentito dire da mia madre moltissime volte: i tarocchi ti spingono sempre all’azione, o almeno ti spingono sempre ad affrontare le cose invece di farti schiacciare da esse. La carta del consiglio è la chiave dei tarocchi: lo scioglimento del problema è sempre nelle mani e nelle azioni del consultante, non c’è divinazione o destino che tenga. Infatti l’aspetto di divinazione dei tarocchi mi è sempre sembrato secondario, quasi una scusa, il patto implicito per condividere un frammento di vita di una persona. I pochi che rifiutano i tarocchi senza appello, più che scettici o paladini delle scienze, hanno spesso paura di aprirsi, di mettersi in gioco. Con tutti gli altri è spesso l’incipit di un qualcosa che le carte, con le loro figure colorate e i loro simboli, possono arricchire, come in un gioco di specchi. E il do ut des, per me, è già tutto lì.

Francesco Andreani